Uscire dal Tempio. I Giovani e il Dovere del Proselitismo Politico. Ai compagni della FGCI
9 Dicembre 2007 di arouetvoltaire
La prima parte del titolo non è mia, è un richiamo ad un volume uscito nel 1989 e ripubblicato due anni dopo. Un libro di testimonianza su una grande stagione: la primavera palermitana, un attimo della grande lotta civile, giudiziaria e di democrazia condotta a Palermo da persone quasi tutte uccise da Cosa Nostra. Nel 1989 Borsellino e Falcone lottavano contro la mafia e facevano un’altra importante azione “uscivano dal tempio del Palazzo di Giustizia” per andare fra i giovani, fra i commercianti, nel mondo insomma, a fare “proselitismo”. Una precisazione. Uscire dal Tempio è l’opera di un altro grande nemico della Mafia – poi stranamente allontanato da Palermo – il gesuita Bartolomeo Sorge che a fianco dei giudici e dei palermitani si sforzava di combattere la piovra. Poi avvennero molte cose, via Carini, Capaci, via D’Amelio e fu un’altra stagione. Siamo oggi più che mai, oggi che tentiamo una convergenza, una confederazione delle poche forze della Sinistra, sotto l’attacco di poteri un poco diversi da quelli, ma che hanno un obiettivo comune. Annullare la Sinistra come forza democratica, come rappresentantiva dei lavoratori, come continuatrice di quel meccanismo – sempre più attuale che è la lotta di classe – l’insanabile antinomia fra mondo del capitale e mondo del lavoro. Ne hanno fatte tante per sfiancarci, ridurci alle corde, sottrarci la nostra base naturale con un mondo di illusioni e ci sono in gran parte riusciti anche per colpa di molti che hanno rinunciato a quelle idee, a quei principi crogiolandosi in un letto più comodo, lussuoso, meno complicato da gestire. Un letto dove il politico sta accanto al banchiere, corteggia il finanziere, frequenta il salotto buono dispensatore di soddisfazioni, illusioni di ascesa sociale, frequentazioni inebrianti. Abbandonata la lotta, quella tosta che ti fa sporcare le mani dell’unto che ricopre quella del meccanico (che magari muore in una fabbrica non più mantenuta: tanto quest’anno chiude) hanno in antipatia chi è rimasto fedele agli antichi costumi. E di pari passo, in parte a causa del loro disinteresse molto per le promesse fallaci e fallite delle sirene mediatiche, molti hanno abbandonato la lotta per inseguire il luccichio delle pagliuzze dorate che gli mostrano di lontano e che non raggiungeranno comunque.
Una volta la nostra forza era il «proselitismo» . Vale a dire la : «tendenza a fare nuovi seguaci di una religione, una dottrina, un partito, un’idea, un progetto». Noi, con la forza delle nostre idee entravamo fra il popolo, in mezzo ai cittadini, chi con lo scritto, chi con la parola, chi con la presenza e l’esempio. E raccontavamo. Raccontavamo di uguaglianza e diritti. Dicevamo che il lavoro è un diritto e non uno sfruttamento. Che una paga, stipendio, salario o pensione dovevano essere giusti e tali da offrire una vita dignitosa e serena. Acquistare dei beni, magari la casa, fare studiare i figli per portarli a condizione che fosse – possibilmente – superiore alla nostra. Dicevamo che per queste cose bisognava lottare e molti ci credevano ed i morti di Genova e Reggio Emilia sono lì a testimoniare di quella fiducia. Poi il mondo è diventato vorace. La globalizzazione non è stata dei saperi e delle informazioni; non è stata dei diritti e del benessere; non è stata dell’elevamento sociale e della uscita dalla povertà. E’ stata la mondializzazione del commercio e del Capitalismo come Marx già temeva nel 1848. E’ stata usata un’arma sottile, di propaganda di massa: l’informazione manipolata. Hanno cominciato a bloccare il pensiero. « Secondo un nascente luogo comune, uno spirito aperto dovrebbe astenersi dal propagandare le proprie idee e accettare quelle altrui senza porle in discussione. Il proselitismo sarebbe tipico di chi è intollerante, assolutista, poco incline al rispetto dell’altro. E le convinzioni sarebbero nobili, eroiche, solo se conservate immutabili (sennò diventano tradimento)». Hanno accusato noi che predicavamo la libertà, di essere assolutisti. Molti hanno cambiato più volte casacca per potere andare sulle televisioni a ripetercelo e se qualcuno li attacca, vedi il recente caso Luttazzi, lo stroncano. Per questo mi rivolgo ai nostri giovani della FGCI, loro che possono, che hanno idee e gambe per trasportarle, occorre riprendere il proselitismo. Perché esso non solo è l’espressione di una convinzione. E’ lo sforzo di trasmetterla, di persuadere altri della sua bontà, di fare adepti ed eventualmente militanti. E a noi servono adepti e militanti. Quindi avanti i giovani e, per noi, i giovani della nostra FGCI, ma con spirito nuovo. In una segreteria recente mi è stato chiesto, anzi ci è stato chiesto (a noi anziani) diteci cosa fare e noi lo faremo. Mi è venuto in mente , ma lo scrivo solo ora (per non dare soddisfazione a Weltroni) il discorso alla nazione di J.F.K. Disse :«Non chiedete cosa l’America possa fare per voi, ma quello che voi potete fare per l’America». Io dico ai giovani le parole di Severino Galante : “noi abbiamo addosso le croste del vecchi e ci vorrano venticinque anni per levarcele” . Allora che fare? I giovani devono uscire dal tempio e andare a fare proselitismo. Ricordo a memoria la biografia di Antonio Gramsci scritta da Giuseppe Fiori. Fiori racconta di un ragazzo inquieto, con una giacchetta lisa che studia nella fredda stanzetta torinese e finito lo studio esce, va fra i compagni che dopo il lavoro si accovacciavano sugli assi delle osterie e bere un bicchiere di “quello rosso” ed il giovane Gramsci fra loro che esponeva le prime idee del socialismo, descriveva la condizione degli sfruttati, interrogava come intrufolarsi nelle fabbriche per parlare con gli altri operai alla ricerca della creazione di cellule di lavoratori. Non vi si chiede questo, ma uscire dal tempio, questo sì.

English version


























































